Il mio primo modo di parlare senza parole è stato la fotografia.
È iniziato nel 1998, durante un viaggio in Sud Africa.
Avevo una macchina fotografica tascabile, a rullino. Scattavo seguendo l’istinto, con negli occhi colori fortissimi, vivi.
Al rientro, quando ho fatto sviluppare le foto, la delusione è stata enorme.
I colori che mi sono ritrovata tra le mani non avevano nulla a che vedere con quelli che avevo dentro.
Quella discrepanza mi ha insegnato qualcosa che allora non sapevo ancora nominare:
non basta vedere, bisogna trovare un modo personale di restituire ciò che si vede.
L’estate successiva ho lavorato per potermi comprare la mia prima reflex.
Ho iniziato studiando le regole della fotografia: luce, composizione, tecnica.
E solo dopo averle comprese davvero, ho iniziato a romperle.
Non stavo cercando di “fare belle foto”.
Stavo cercando un modo mio di guardare.
Col tempo ho capito che quello che mi interessava non era l’immagine perfetta, ma la relazione che si crea quando osservi senza interrompere. Quando resti abbastanza a lungo da permettere alle cose di mostrarsi.
Molto di quello che faccio oggi nasce da lì.
Dal rispetto dei tempi.
Dall’ascolto prima dell’intervento.
Dal creare spazio prima di cercare soluzioni.
La fotografia è stata il mio primo allenamento allo sguardo.
Un modo per imparare a stare, prima ancora che a fare.
Oggi quel modo di guardare è diventato parte del mio lavoro con persone e team.
Non applico formule rapide, non cerco scorciatoie.
Creo le condizioni perché ciò che conta possa emergere, prendere forma e trovare una direzione sostenibile.
Alcuni linguaggi non si abbandonano.
Si trasformano.
E continuano a parlare, anche quando non servono parole.