Pensavo fosse uno dei tanti libri di self help.
L’ho iniziato su Audible quasi per compagnia, senza aspettative particolari. Di quelli che ascolti mentre fai altro, senza l’idea che possano davvero spostarti qualcosa dentro.
E invece, ascolto dopo ascolto, mi sono accorta che alcune frasi restavano. Non facevano rumore, ma rimanevano lì.
Nel mio mondo lasciare andare è un gesto naturale. Lo insegno sul tappetino di yoga, lo pratico nel respiro, nel corpo. È qualcosa che conosco.
Eppure mi sono resa conto che nella vita quotidiana lo applicavo molto meno di quanto pensassi.
Non perché non ne fossi capace.
Più perché non mi accorgevo di quanto stessi trattenendo.
Aspettative.
Piccole rigidità.
Abitudini che sembrano innocue.
La teoria di lasciare andare non mi ha insegnato qualcosa di nuovo.
Mi ha fatto vedere qualcosa che era già lì.
Lasciare andare non è arrendersi. Non è mollare perché non funziona più.
È scegliere di non tenere stretto ciò che ha già finito il suo tempo.
A un certo punto ho sentito il bisogno di comprarlo anche cartaceo.
Perché la carta è la carta.
Avevo bisogno di rivedere certe frasi. Di sottolinearle. Di tornarci sopra con un altro ritmo. L’ascolto mi aveva aperto uno spazio, la lettura voleva abitarlo.
La cosa che mi è rimasta più addosso è questa: quando apri la mano, si crea spazio.
Non succede nulla di eclatante.
Non cambia tutto all’improvviso.
Ma c’è più aria.
E in quello spazio può entrare qualcosa che prima non vedevi.
Una possibilità.
Una direzione ancora confusa, ma più tua.
Alcuni libri ti informano.
Altri ti spostano di qualche millimetro.
E a volte basta quello.
Questo è stato il primo.